Brainstorm on Politics and Economics of the EU

 

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Foglio Quotidiano il 16 febbraio 2017.

L’economia italiana cresce dell’1,1 per cento ma il pil reale pro capite rimane sotto il livello del 1998. Non sorprende che la sofferenza sia così lunga, dato il surreale dibattito economico. Dall’Imu all’ossessione per il surplus commerciale della Germania, ora ci accingiamo a prendere la tangente con la salita sul palco degli ultras anti euro. Non è mai troppo tardi per tornare a una discussione più utile e, per farlo, bisognerebbe correggere un paio di vizi tipici del dibattito economico italiano degli ultimi anni.

Il primo è l’eccessiva attenzione alle crisi nell’industria. La chiusura delle fabbriche è sempre un evento triste, soprattutto in un paese con una forte tradizione manifatturiera. Nostalgia e ideologie novecentesche portano però molti a pensare che la crescita economica possa ripartire rilanciando l’industria, che da decenni ormai non conta più di un terzo del pil. Il calo della quota del manifatturiero sull’occupazione totale in Italia non è stato diverso da quello avvenuto in altri paesi industrializzati, come la Germania e il Giappone. Negli ultimi dieci anni il tasso di mortalità delle imprese nell’industria, escludendo il settore delle costruzioni, è stato più basso di quello di Francia, Spagna, Polonia e Regno Unito (quest’ultimi due paesi non hanno l’euro).

La produttività in termini di valore aggiunto per ora lavorata nel manifatturiero è cresciuta meno degli altri paesi più industrializzati ma è comunque aumentata di quasi il 25 per cento dal 1997. Ciò è in parte il risultato della liberalizzazione del commercio internazionale. Molte imprese manifatturiere si sono sapute adattare e hanno beneficiato dall’accesso ai mercati esteri, oltre che dall’offerta di più ampia varietà di beni intermedi e strumentali. Attualmente l’export è ai massimi storici.

C’è invece un generale disinteresse nei confronti del settore dei servizi, con l’eccezione dei momenti di furia collettiva contro i “banchieri ladri” (a volte giustificata). Peccato che il settore dia oggi impiego a più di due terzi degli occupati. Secondo l’Ocse, il valore aggiunto reale per ora lavorata nel settore è rimasto in Italia più o meno ai livelli del 1998. Durante la crisi post 2008, il fatturato dei servizi ad alta tecnologia – come i servizi di informatica, ricerca, arte, multimedia, servizi finanziari e educativi – è stato in continuo calo, una performance peggiore di quelli a bassa tecnologia. La ripresa passa inevitabilmente dalla crescita in questo settore.

Il secondo vizio è in parte legato al primo. Il dibattito economico cerca giustamente di rispondere alla domanda: perché a metà degli anni 90 la crescita italiana ha rallentato bruscamente? Sarà pur vero che anche altri paesi industrializzati hanno rallentato, ma l’Italia è un’anomalia. In Italia va di moda una spiegazione molto novecentesca: l’industria è stata incatenata con l’euro e l’Europa ci ha imposto anni di austerità.

Non solo questa visione stride con i fatti illustrati qui sopra riguardo l’industria, ma chi la diffonde fa finta di non capire che spendere in attività poco produttive non genera ricchezza. Piuttosto, negli anni 90 il mondo è cambiato con la globalizzazione e la rivoluzione informatica e digitale. L’Italia è sempre stata fanalino di coda in quanto a innovazione e capitale umano, ma ciò è diventato un problema serio nel nuovo contesto. Lo spread di capacità innovativa con la Germania era già enorme all’inizio del nuovo secolo. Non solo in quanto a spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) e numero di brevetti: nel 2005 produceva ogni anno più del doppio dei laureati con dottorato nelle materie scientifiche, matematiche e ingegneristiche e il divario è aumentato nel tempo. In quanto a spesa in R&S la Cina ci ha superato nel 2003. Nel 2015 è arrivata ad investire il 2,07 per cento del pil contro l’1,33 per cento dell’Italia.

Mentre gli altri paesi erano in grado di investire nelle nuove tecnologie, l’Italia ha arrancato. In un recente studio, l’Ocse stima che l’Italia ha la più alta incidenza di forza lavoro sotto-qualificata dei paesi industrializzati (superiore al 20 per cento). Si pensi che ormai persino le serie televisive sono ideate con sofisticate analisi dei dati. Per un paese già sviluppato, non è possibile aumentare la produttività senza un elevato capitale umano.

E’ inoltre difficile innovare e avere successo nel mondo globalizzato con un nanismo aziendale diffuso e un assetto manageriale che scoraggia l’innovazione e la crescita delle imprese. Le piccole e micro aziende hanno un accesso più difficile ai finanziamenti, mancano spesso del know-how necessario e si devono confrontare con più alti costi di transazione e rendimenti di scala più bassi.

Ci sono studi che confermano questa diagnosi, alcuni dei quali sono stati riassunti sul sito Voxeu.org. Un esempio è un’analisi del 2014 di Bruno Pellegrino e Luigi Zingales dal titolo “Diagnosing the Italian Disease”. Non solo i due economisti trovano evidenza empirica per il ruolo delle carenze strutturali discusse sopra, con l’aggiunta della scarsa meritocrazia, ma arrivano anche a escludere che l’euro possa aver provocato il rallentamento.

L’uscita dal guado passa dal ristabilire un dibattito sensato. Non è mai troppo tardi.

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