Brainstorm on Politics and Economics of the EU

La vittoria del “Sì” al referendum del 17 aprile porterebbe politiche energetiche e climatiche migliori? È più ragionevole pensare di no.

Con il referendum del prossimo 17 aprile gli italiani hanno la possibilità di bloccare il rinnovo delle licenze per le attività di estrazione di idrocarburi esistenti e situate fino a 12 miglia dalla costa. I sostenitori del “Sì” hanno principalmente due cavalli di battaglia. Il primo riguarda il rischio associato all’estrazione di petrolio e metano nelle zone costiere. Il secondo è la volontà di mandare un messaggio chiaro: i combustibili fossili sono il passato e l’Italia deve voltare pagina con una politica energetica molto più ambiziosa di quella attuale.

Questo articolo si limita a discutere il secondo punto. È giusto pensare che la vittoria del “Sì” e il non rinnovo delle licenze possa aiutare il nostro paese a rispettare gli impegni presi sul taglio alle emissioni di gas serra? La risposta è “No” per due motivi. Per prima cosa l’ipotesi dell’ “effetto scarsità”, che è tutta da dimostrare. Una riduzione della produzione nazionale di idrocarburi non porterebbe necessariamente né ad un calo della domanda interna di petrolio e gas né ad una più ambiziosa politica delle rinnovabili. Inoltre il mettere sullo stesso piano petrolio e metano è sbagliato dal punto di vista delle politiche ambientali.

Il referendum indebolirebbe le lobby degli idrocarburi?

L’idea che ostacolare la produzione nazionale crei nel tempo un effetto scarsità che costringa il governo a puntare in modo crescente sulle rinnovabili anziché sugli idrocarburi non ha né fondamento logico né empirico. L’offerta di idrocarburi rimarrà abbondante anche con la chiusura delle poche decine di siti colpiti dal referendum, semplicemente perché già oggi importiamo circa il 93% del nostro fabbisogno di petrolio e l’ 89% del nostro fabbisogno di gas naturale (fonte dati) e simili cambiamenti nel mercato italiano non avrebbero effetti sui prezzi internazionali di petrolio e metano.

Forse qualcuno ha in mente piuttosto il problema dell’eccessivo potere dell’industria dei combustibili fossili e l’idea che i governi italiani siano sempre stati affetti da conflitti di interessi su questo tema, dovuti alla proprietà dell’ENI e ai ricavi dalle royalties. L’Italia è terza nel blocco dei 28 paesi dell’Unione Europea per riserve e produzione di petrolio dopo la Gran Bretagna e la Danimarca (BP Statistical Review of World Energy 2015). Bloccare parte della produzione nazionale con il referendum indebolirebbe la lobby degli idrocarburi. Ma sarebbe davvero così?

È stata la lobby degli idrocarburi così potente da fermare l’adozione di serie politiche contro i cambiamenti climatici? Al di là degli aneddoti e del piacere degli italiani di lodare l’erba del vicino, l’Italia già oggi spende ogni anno circa 11 miliardi di euro per finanziare l’investimento in fonti di energia pulita (Rapporto Subsidies and Costs of EU Energy). Inoltre per l’Italia, due indicatori importanti come l’intensità energetica e le emissioni di Co2 per unità di PIL sono bassi relativamente agli altri paesi avanzati (fonte dati). Non dimentichiamoci poi che a Roma si attuano le politiche ambientali decise a Bruxelles. Ormai da anni il livello minimo di intervento nel ridurre le emissioni di gas serra e inquinanti vari viene deciso dalle istituzioni europee. Certo, ogni paese è libero di fare di più ma non è detto che ogni ulteriore incentivo a favore delle rinnovabili sia benvenuto. Ad esempio, aumentare i sussidi sulla produzione verde di elettricità non sarebbe conveniente. Come spiegato in quest’altro articolo, gli incentivi fiscali sono già costosissimi per i contribuenti, mentre lo stesso obiettivo dovrebbe essere perseguito in modo più ragionevole con tasse o permessi sull’emissione di gas serra. L’Italia poi fa già parte del mercato europeo delle emissioni e le attività di estrazione di idrocarburi sono incluse, cioè devono pagare per inquinare (il mercato europeo delle emissioni funziona eccome, il problema è che a causa della crisi inquiniamo meno del target e l’offerta tende a superare la domanda di permessi, per cui il prezzo dei permessi è basso).

 

L’eccessivo ottimismo sui posti di lavoro

Permettetemi anche di commentare un’altro cavallo di battaglia, quello dei posti di lavoro derivanti da nuovi investimenti in energia pulita. Secondo molti ambientalisti, il saldo di occupazione netto nella transizione dalle fossili alle rinnovabili sarebbe largamente positivo. Il ragionamento è semplice, viene fatta una banale sottrazione tra i posti guadagnati nel settore rinnovabili e quelli persi nel settore idrocarburi. Purtroppo però il meccanismo di incentivazione alle rinnovabili interagisce con il resto dell’economia ed una analisi di più ampio respiro può portare a conclusioni molto meno rosee. Agli interessati consiglio di leggere un rapporto OCSE sul tema, qui mi soffermo solo su un paio di considerazioni:

  • i sussidi pubblici alle rinnovabili devono essere finanziati in qualche modo. Come? Tasse o tagli? Entrambe le soluzioni hanno effetti importanti sui consumi e la produzione in altri settori. Questo studio pubblicato nel 2013 sulla rivista scientifica Energy Economics trova infatti che se i sussidi vengono finanziati con tasse sul lavoro, l’impatto netto a livello macroeconomico è nagativo. L’unico modo di avere un impatto netto positivo è finanziarli tagliando i sussidi esistenti a fonti energetiche sporche come petrolio, gas e carbone.
  • Tasse e regole contro l’inquinamento possono sì far transitare l’economia verso un modello di crescita più ecosostenibile però, mentre le nuove professionalità legate alle energie rinnovabili sono limitate a pochi settori, i costi di questa operazione vengono sostenuti da tutti i settori. Risultato? Non bisogna aspettarci grandi guadagni sul versante dell’occupazione a livello paese.
  • quando il governo cerca di incentivare l’innovazione sulle energie pulite rischia di spiazzare le attività di ricerca fatte in settori classici. Molti studi scientifici hanno sottolineato questo punto: il governo non deve dirottare talenti e risorse da attività di ricerca su campi di sviluppo della produttività (per esempio macchinari per la produzione) alla ricerca sulle rinnovabili. Il risultato potrebbe essere nel lungo periodo una perdita di competitività di efficienza delle imprese (nota per i fan della decrescita: il che non vuol dire che produrrebbero meno, anzi, produrrebbero lo stesso con più alta intensità di risorse naturali e non);
Variazioni occupazionali al 2030 per settore, simulazione rapporto OCSE (2012)
Variazioni occupazionali al 2030 per settore, simulazione di una politica climatica (rapporto OCSE 2012, link qui). Sono deviazioni percentuali, non fate la somma per calcolare l’effetto netto!

Non distinguere petrolio da metano è sbagliato

Il referendum mette sullo stesso piano petrolio e gas metano e ciò è sbagliato, per diversi motivi:

  • La produzione di energia elettrica con gas naturale emette in media il 40 % di gas serra in meno rispetto all’uso di carbone e il 25% in meno rispetto all’uso di petrolio ed ha emissioni minime di zolfo ed altri inquinanti (come il particolato fine PM10 e PM2.5).
  • I rischi legati all’estrazione di petrolio off-shore sono molto diversi (e maggiori) dai rischi legati all’estrazione di gas metano. I referendari ci ricordano i gravi disastri ambientali recenti come quello del Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, ma questi sono tutti legati alla produzione di greggio.
  • Non esiste piano di politica climatica che non preveda un mix di fonti energetiche per raggiungere gli obiettivi di taglio delle emissioni di gas serra. Detto diversamente, non esistono piani credibili di politica climatica che puntino tutto su energia solare ed eolica. Il gas naturale, ad esempio, è sempre presente anche nei piani più ambiziosi di taglio alle emissioni. Si veda al quinto rapporto dell’Intergovernmental Panel of Climate Change, un organismo delle Nazioni Unite che riunisce i maggiori esperti internazionali sul cambiamento climatico e sulle politiche ambientali. Oppure due recenti studi dell’ENEA, l’Agenzia Nazionale per le nuove technologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, dai quali ho preso i grafici qui sotto .

 

 

 

Previsione al 2050 del mix energetico con politica climatica (Verso un’Italia Low Carbon: Sistema Energetico, Occupazione e Investimenti, 2013)
Previsione al 2050 del mix energetico con politica climatica (Verso un’Italia Low Carbon: Sistema Energetico, Occupazione e Investimenti, 2013)

 

Previsione al 2015 del mix energetico sotto diversi scenari (Deep Decarbonozation Pathways for Italy, 2015)
Previsione al 2050 del mix energetico sotto diversi scenari (Deep Decarbonization Pathways for Italy, 2015)

La vittoria del referendum non aiuterà le politiche climatiche

Il successo della politica climatica non si misura dalla percentuale di energia prodotta con le rinnovabili, ma dalle emissioni totali di gas serra e su questo fronte il gas metano può aiutare molto. Sarà pur vero che gli studiosi più autorevoli ci dicono che, per evitare l’aggravarsi dei cambiamenti climatici, gran parte delle riserve di idrocarburi dovranno rimanere nel sottosuolo. Non capisco però come questa tesi sia rilevante per decidere su come votare al referendum del 17 aprile. Le riserve italiane di idrocarburi sono una percentuale minuscola di quelle mondiali (BP Statistical Review of World Energy 2015) e, per di più, non confondiamoci. Gli scienziati non chiedono a chi abbia riserve di idrocarburi di astenersi dal venderle, ma piuttosto di intervenire sul lato della domanda e ridurre il fabbisogno globale. Il referendum riguarda l’offerta di gas e petrolio e, come spiegato in precedenza, è davvero difficile pensare che la vittoria del “Sì” possa avere alcun impatto sull’evoluzione del fabbisogno di idrocarburi in Italia.

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